AbsolutePoetry

Il programma di Absolute Poetry 2009
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    Lettera dalla Dacia - Matteo Veronesi
    questa colpa incolpevole di non amare il mondo
    postato il 2009-08-21 09:02:44
    da Lorenzo Carlucci

    Lettera dalla Dacia

    Mi insegue fino qui
    come un’ombra malcerta il pensiero
    di me stesso -
      fino a questo lembo
    estremo di latinità dove ultima trema
    la nostra dolce radice prima che si franga e disperda
    fra aspri accenti d’oriente

    Qui, dove il viso vetusto
    scavato, quasi d’uomo, dei Carpazi
    scherma l’afa d’Agosto e lascia vivo
    sul corpo e nel pensiero un filo acuto d’inverno
    che scende fino all’anima, e tortura
    o fa più viva la ferita mai chiusa
    di questa colpa incolpevole di non amare il mondo
    che in se stessa ha la sua pena infinita -
    anche qui torno a me stesso, mi vengo
    incontro come il mio spettro più tetro -
    in questa piega, in questo gorgo del tempo
    ricurvo su se stesso come un orfano in lacrime

    Come disteso sul limite, sull’esile
    lama incosciente che divide lo spazio
    incolore di una liquescente Europa -
    e così me da me stesso, il mio antico
    gelo d’amore da questo amore che muore
    o forse non è nato -
      e dalla vanità del travaglio
    il bianco della pagina, ciò che non fu e non sarà
    da ciò che poteva essere
    pur se chiamato al niente -
    getto al deserto il mio grido senza voce
    alla sorgente ghiacciata dei giorni
    il mio pianto senza lacrime, il mio
    tormento indifferente -
    e i miei anni alla tomba del futuro
    all’armoniosa morte senza morte


    2 commenti a questo articolo

    Lettera dalla Dacia - Matteo Veronesi
    2009-08-28 08:17:51|di Patrizia Garofalo

    La fine della menzogna in "Lettera dalla Dacia" di Matteo Veronesi

    La Dacia, come mare scomposto, ricomposto e poi deflagrato fa da sintesi ad un corpo che diventato “ombra malcerta” dilava e disperde fisicità e percezione d’essere. All’antichità, scavata nelle montagne come nei visi vetusti, “abbaglia” l’afa che a disfacimento ripropone il non tempo conservando nel caldo torrido il sottile filo di inverni dolorosi e verità appannate e desiderose di pace almeno, se non di ristoro. È questa lamina acciaiata e fredda a rendere continua la stasi anche nel movimento, nello spostamento del luogo, nel disagio di un impossibile differimento. “Orfano in lacrime” il poeta si riconosce spettro della “pena infinita” di non amare il mondo. Proprio questo però l’assolve, questa consapevolezza che si fa pugnale contro se stesso, che incide viso e corpo, che purifica nella coscienza la grandezza poetica di Matteo Veronesi nel cogliere senza paratie, aspetti di sé che scolpisce come la storia della terra che visita. La storia è veglia coscienza del tempo ed il tempo poetico la rende universale e “limite” è parola impegnativa e polisemica. Confine forse, territorio franco nel quale liberare il pensiero, fine della pur consapevole menzogna, circoscrizione di sé, atto catartico comunque come ogni gnosi, nella potenza dei versi ritmati da due stupefacenti enjambement. “il mio antico gelo d’amore da quest’amore che muore/ o forse non è nato/ e dalla vanità del travaglio/ bianco della pagina,/ ciò che non fu e non sarà/ da ciò che poteva essere / pur se chiamato al niente”. Nell’estremamente significativo ossimoro tormento-indifferente, il pianto senza lacrime si fa vitale urlo-muto, graffia, taglia l’afa “d’Agosto” proprio perché ricavato dal grande silenzio del dentro di sé ed il poeta offre la sua dimensione di grandezza proprio nella sua denudazione . Accolgo stupefatta la grandezza di un’anima.

    Patrizia Garofalo (Agosto 2009)


    Lettera dalla Dacia - Matteo Veronesi
    2009-08-21 12:44:34|di viola
    Molto neo-foscoliana ma ottimamente lavorata, V.

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