AbsolutePoetry

Il programma di Absolute Poetry 2009
Absolute [YOUNG] Poetry 2009 & [Udine traduce]
Udine/Monfalcone, 5-10 ottobre 2009


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    Il programma di Absolute Poetry 2008

    CANTIERI INTERNAZIONALI
    DI POESIA
    DI MONFALCONE
    3 -7 GIUGNO 2008
    Il programma di Absolute Poetry 2007
    Il programma di Absolute Poetry 2007
    FM 87 - Speciale Poesia.
    I video e le interviste da AbsolutePoetry2005
    Gherardo Bortolotti: Due testi

    postato il 2005-10-31 23:23:42
    da Marco Giovenale

    testimoni delle mutazioni climatiche
    [0509132158]

    1801. i segnali delle cefeidi.

    1802. le stanze della propria vita, sparse di merci, come indizi falsi di un sabotatore, di uno che insabbia le tue indagini.

    1803. continui imprevisti, continue umiliazioni.

    1804. tesi provvisorie sulla fine del mondo e sui danni che alla verità può arrecare.

    1805. strati geologici delle merci.

    1806. lontani rumori inspiegabili che arrivano dal centro, dagli altri quartieri periferici, dalla tangenziale.

    1807. ordine alfabetico.

    1808. gateway sulle dorsali oceaniche.

    1809. una conoscenza sempre più incongrua e frammentaria della classe delle merci, del loro affollarsi negli scaffali della grande distribuzione, sui cataloghi dei rivenditori, nelle vetrine dei negozi.

    1810. monti della memoria, mete di continue spedizioni tra masse di ricordi inerti.

    * * *

    questioni su cosa è naturale, sollevate in ufficio al momento della pausa
    [0509132232]

    2067. ad un certo punto raggiungiamo la coda, ferma nella notte come un ostacolo al nostro sviluppo.

    2068. forza-lavoro dedicata alla cognizione, al recupero delle informazioni, all’indicizzazione delle prove documentarie delle nostre giornate, dello stato delle cose.

    2069. diario di oltre confine.

    2070. imprigionato in una rete di rapporti umani in atto, rapporti di produzione, strategie militari che prevedono l’invasione della siria, dell’iran.

    2071. problemi relativi al recupero delle informazioni.

    2072. valori medi della propria frustrazione, disposti nell’arco della settimana.

    2073. attraversato, come un golfo sabbioso e deserto, dalle derive di concetti abbandonati ai flutti delle coincidenze, che si arenano accostandosi in configurazioni apparentemente dotate di senso.

    2074. venendo iniziati ai discorsi degli esperti, trasmessi per radio, in televisione.

    2075. oggetti psichici nominabili solo ad alcuni livelli profondi della mia persona.

    2076. schedature dei carabinieri.


    40 commenti a questo articolo

    trendy plato bag
    2005-11-06 23:58:52|di lorenzo
    uh? . . . . . . .

    > Gherardo Bortolotti: Due testi
    2005-11-05 16:50:22|di maria
    Ah Lorè,sei ancora quello della pietra e della fionda? non ti pare un tantino demodè il prototipo del cavernicolo?

    il super narciso ("eccolo qua...") :)
    2005-11-05 16:35:57|di Lorenzo

    maria, mi vedo anch’io costretto a sottolineare il "caso per caso" (vedi quel che dicevo di Sannelli). ciononostante anche io ho una mia particolare paranoia (derivata forse in parte da "umano, troppo umano"): la rinuncia all’orpello, il sacrificio del proprio vezzo (nota i termini da "martiriologia" che hai usato), può essere per me una forma estrema di narcisismo, una forma di superomismo. da questa possibilità consegue che l’uso di uno stile, diciamo "scarno", non può essere un valore di per sé (e si cade nel caso per caso, il che indica che serve qualche altra categoria per il giudizio estetico, qualche altro terreno). poi, la figura dello scrittore-hacker che tu descrivi la trovo poco allettante, e ancora piena di elazione: lo scrittore che tu descrivi -in quanto superuomo, in quanto sottrattosi alle determinazioni di un "sistema"- è capace di studiare "il mondo semiotico del lettore" dal di fuori, e di insinuarvi un virus, studiato al tavolino in cameretta (e, come un hacker, parandosi il culo evitando di essere "beccato"). meno peggio allora il mito della caverna, dove almeno il prometeo ritorna, anima e corpo, nel buco maledetto. per salvare. e nel tentativo reale di salvare non c’è la presunzione di poter salvare, ma una scommessa, un rischio, che invece non vedo in una operazione così "distaccata" come quella da te descritta. sbaglio?

    Lorenzo


    a lot
    2005-11-05 14:34:34|di marco
    gran quantità di osservazioni e domande, noto, in tutti gli interventi recenti.
    nell’assoluta impossibilità di entrare nel merito di molte questioni, per ragioni di tempo/denaro (son sempre al webpoint, ahimé), rinvio alle note e analisi e argomentazioni teoriche che proponevo nei primi commenti, che a mio parere rispondono a buona parte delle questioni in campo. sottolinerei i link e i materiali offerti in slow-forward.

    "precisazioni"
    2005-11-05 11:10:10|di maria
    Tanto l’allarme terroristico che quello dilettantistico erano da me riservati alle riproduzioni in serie e a futuri replicanti,lungi da me definire Bortolotti un dilettante. Ora se sul punto A) è stata chiarita la natura paranoica della proponente(ognuno ha le sue debolezze!)- lo dico veramente senza livore sarcastico,ché quando incasso,incasso con fierezza,considerandolo sempre un progresso di conoscenza,non senza una punta di piacevole masochismo che non guasta (un’altra debolezza!)- del punto B) ci tengo a precisare che il registro anti-lirico non lo considero affatto una cosa facile ed è per questo tanto più vulnerabie e il caso di Gherardo è emblematico : altro che cattiveria per partito preso contro il lettore dettata da puro cinismo,a me sembra un’operazione di una tale disponibilità ed apertura alla comunicazione per la quale l’autore sacrifica tutti i suoi vezzi,garantendosi l’immunità da ogni tentazione all’orpello,veramente ammirevole; e che un messaggio così nudo riesca a reggersi in piedi restando ancora fortemente poetico è sicuramente indice d’una forte impronta timbrica oltre che di scaltrito artificio,appunto. E’ l’antitesi della chiusura,è come a dire che non dev’essere il lettore a venire a me,poeta,quanto,piuttosto io a sintonizzarmi sul suo canale ricettivo,a cavalcare la sua onda-radio e da lì...operare il sabotaggio,distorcendo i segnali- da buon pj pirata- e infine le sinapsi. In questo c’è davvero,come diceva Lello,una strategia nient’affatto da sottovalutare. Le mie perplessità riguardavano l’abuso,cui si presta un congegno così ingannevole nella sua apparente semplicità,e il timore che un’operazione non riuscita,lungi dall’esaurirsi in flop,finisca per sprigionare forze radioattive non prevedibili e cumulabili nel tempo,sembrandomi quella per frammenti,più che una tecnica per "installazione" una tecnica per "fissione" nucleare- e torno a delirare-

    a(po)fasi[a]
    2005-11-05 01:51:11|di Lorenzo

    Non capisco come questi testi di Bortolotti possano aver generato il timore di maria per il frammento che si fa slogan. Proprio non riesco ad immaginare una folla in protesta gridare "ordine alfabetico", o un gruppo terroristico battezzarsi "i segnali delle cefeidi" (anche se non sarebbe male). Come dice Giovenale l’antidoto è il registro scelto dall’autore ("frasi ’anodine’, lemmi non alti, citabilità bassissima"). Invece condivido il timore di maria circa l’avvaloramento di un certo "dilettantismo (d’autore)". Mi piacerebbe conoscere se non l’origine almeno la motivazione della scelta di un tale registro poetico, che pare essere comune a diversi autori contemporanei. L’ho trovato per ultimo in Broggi a RomaPoesia. Mi ha colpito nel discorso di Broggi il concepire l’innovazione in poesia esclusivamente come studio (studiare la punteggiatura di Vogue etc), studio di carattere prevalentemente "semiotico". Mi ha stupito perché pensavo sinceramente che una tale posizione fosse superata, esaurita, fuori tempo (qui si cerca di studiare il linguaggio "non poetico" come un oggetto semiotico estraneo (alla comprensione immediata, alla "sensibilità"), per poi incorporarlo scientificamente nel nuovo "linguaggio poetico", prescindendo in tal modo dal fatto che il linguaggio di Vogue, il linguaggio di Uomini e Donne, il linguaggio di Emilio Fede NON è qualcosa che possiamo porre davanti a noi come oggetto semiotico. I paradossi della semiotica, la catastrofe della pan-semiotica sono ben noti, o no?) Per la scelta di un registro "anodino, non alto, non citabile" non riesco a trovare una ragione, OGGI. Mi sembra, OGGI, quasi un partito preso CONTRO il lettore, qualcosa che poteva essere giustificato (più in narrativa a mio parere, ma comunque...) all’interno di una ben precisa critica sociale "postmoderna", che, anch’essa, pensavo ormai esaurita. Qualcosa per cui, OGGI, non c’è tempo: vogliamo davvero mantenere questo "distacco", possiamo ancora concederci questo "lusso" della para-oggettività? Possiamo ancora, OGGI, sopportare di essere così esosi, cinici, algidi verso il lettore, verso la vita, verso le cose? Dal distacco dei padri non abbiamo imparato un po’ di... compassione? Mi piacerebbe conoscere le ragioni di qualcuno che adotta un tale registro. OGGI a me sembra che assumere un tale registro sia molto poco giustificato, e diventi quasi una "cattiveria" per partito preso contro il lettore (o, ancora, la maschera di un nulla). Nel peggiore dei casi mi sembra l’indice di una poca disponibilità a "denudarsi" davanti al lettore e davanti a se stessi, di una poca "generosità" poetica. Per esempio (in piccolo): i testi di Bortolotti sono un "diario d’artista", e come tali sono piacevolmente leggibili; i numeri di catalogazione premessi ad ogni "parte" sono un mero artificio letterario che, a mio parere li irrigidisce, e stanno lì per difendere il testo, delle barriere che ammiccano ad una teoria. Il rigore, in poesia, è per me essenziale, ma la scelta di un registro non lirico, lemmi non alti etc non necessariamente coincide con il rigore. Anche, la scelta di un atteggiamento di "studio" (soggetto/oggetto) non coincide con il rigore (detto volgarmente non basta numerare i propri pensieri per essere Wittgenstein). La scelta di registro (che ovviamente non coincide con quello di Broggi, Bortolotti, Giovenale etc ma che ha un forte aspetto di "governo antilirico", stile estremamente, esplicitamente "trattenuto", fatto di negazioni etc) è per me pienamente comprensibile in Sannelli, per esempio. Lì c’è un cuore che sta per scoppiare (e quando scoppierà credo vedremo meraviglie).

    Spero che qualcuno applichi la regola "ascolto e rispetto" alle mie domande.

    Lorenzo


    > Gherardo Bortolotti: Due testi
    2005-11-05 00:07:10|di Luigi Nacci

    Caro Giovenale,

    tutto a posto. Sono anch’io messo male in questi giorni, causa trasloco, ma cercherò di tenere le orecchie aperte.

    Mi è appena arrivata a casa PAROLA PLURALE. Sto leggendo te e gli altri. Spero di scrivere qualcosa di intelligente in proposito, qui sul blog, entro un tempo ragionevolmente breve.


    corrige
    2005-11-04 17:48:35|di marco
    :errata:corrige:
    vorrei anche dire a Nacci che il suo lavoro di ricerca ottiene (come è giusto che sia) ascolto e attenzione: è nell’ottica dell’ascolto e del rispetto che si interveniva (noi tutti, credo) nei commenti qui sotto. su questo non ci sono equivoci, ne sono certo. le discordanze sulla lettura di un testo non devono mettere in secondo piano l’importanza e il valore delle diverse sensibilità. mi scuso ancora di non entrare nel merito dei singoli interventi: scrivo sempre da weboint, con non poche difficoltà di connessione.

    verbi e nomi
    2005-11-04 13:58:58|

    a Maria: frasi uninominali possono essere meno propense allo slogan. i tre slogan che lei cita sono frasi non uninominali. ovviamente, questo non significa che qualcuno non possa fare slogan perniciosi & orridi usando le tecniche di frammento (parlando genericamente). così come nessuno può "giurare" sul fatto che qualcuno possa realizzare slogan razzisti o comporre un inno allo sterminio della specie umana usando come base un libro di Gianni Rodari. insisterei sul "giudicare caso per caso" (su cui mettevo l’accento negli scorsi commenti). e tenderei a ’sdrammatizzare’. mi sembra che i suoi timori siano (lo dico sperando di non mancare di sensibilità nei confronti della sostanza del suo discorso) eccessivi. ma può essere un’impressione mia.

    ringrazio Gezzi per le osservazioni, che particolarmente apprezzo anche perché vengono - come lui accenna - da scelte stilistiche differenti (e in dialogo).

    vorrei anche dire a Nacci che il suo lavoro di ricerca ottiene (come è giusto che sia) ascolto e attenzione attenti: è nell’ottica dell’ascolto e del rispetto che si interveniva (noi tutti, credo) nei commenti qui sotto. su questo non ci sono equivoci, ne sono certo. le discordanze sulla lettura di un testo non devono mettere in secondo piano l’importanza dell’ascolto. mi scuso ancora di non entrare nel merito dei singoli interventi: scrivo sempre da weboint, con non poche difficoltà di connessione.


    > Gherardo Bortolotti: Due testi
    2005-11-03 18:59:33|di maria
    Ok,il frammento non è uno slogan.Ma che non lo diventi mai lei potrebbe giurarlo?

    per le mancate risposte
    2005-11-03 14:20:46|di marco

    mi scuso per le mancate risposte alle sollecitazioni che gli ultimi commenti sollevano. la ripresa del lavoro, senza internet, mi blocca fuori casa. un saluto da un webpoint. seguo il dialogo

    per Maria: non confonderei frammento e slogan


    > Gherardo Bortolotti: Due testi
    2005-11-03 11:59:01|di Luigi Nacci

    per Marco:

    Rosaria Lo Russo (ma anche Marianna Marrucci, oppure Lello stesso, per citare alcuni che scrivono su questo blog), che ha letto/ascoltato il mio poema dis umano (di prossima pubblicazione, se Iddio vorrà!), potrebbe assicurarti su una cosa: non sono assolutamente un avversario della scrittura di ricerca, anzi...

    (solo per evitare che si generino fraintendimenti)


    > Gherardo Bortolotti: Due testi
    2005-11-03 09:25:21|di maria

    ps : ho fatto un incubo di frammenti stanotte che faceva più o meno così :

    Arbeit macht frei.

    Israele deve morire.

    Allah è grande.


    > Gherardo Bortolotti: Due testi
    2005-11-02 21:04:07|di maria
    Chiedo scusa a lei, Giovenale ,se torno ad importunarla- e,ovviamente,mi rivolgo anche a Voce- non vorrei risultare molesta con le mie insistenze,ma riuscire a capire se è un problema solo mio questo dei frammenti. I rischi cui prima si accennava,io non li considero generalizzabili a tutto il novecento,mentre li sento assolutamente peculiari di questo modello. Ovviamente quando menzionavo i giochi di specchi delle forme,includevo anche gli specchi deformi,la rottura delle catene sbandierata ad ogni voltar di pagina altri non era che una nuova catena autoinflitta...paroliberismo,versoliberismo,liberté,liberté,liberté...il grido dello schiavo per un padrone migliore e un cappio nuovo di zecca. Detto questo,ciò che m’infastidisce del frammento è la sua illegittima pretesa ad aver l’ultima parola,ed una sua possibile rivendicazione proprio in virtù della sua manifesta alterità dalla norma ,per la sua zona franca di marca scopertamente filosofica. Ora,io penso,se già altre volte la poetica vi si è deliberatamente compromessa,si è trattato d’una scelta consapevolmente irripetibile. Se oggi,come sembra dalle sollecitazioni estere di cui discutevate ieri,volesse farsi pratica normale e diffusa,è necessario sottoporla a nuovi più forti vincoli : o mimando- come Bortolotti- un caos apparente dalle misuratissime coordinate,con rigore scientifico,astronomico che tiene legati a sé tutti i frammenti come in un sistema solare senza sole; oppure,se perdiamo i pezzi per strada,imporvi delle ipoteche d’altro tipo : di senso,di suono,di aleatorietà...qualsiasi cosa pur di non lasciare quei pezzi a sé stessi e al proprio delirio d’onnipotenza. Sì. Decisamente. La poesia dei frammenti mi terrorizza : è una patologia la mia?

    > Gherardo Bortolotti: Due testi
    2005-11-02 17:03:14|di francesca sallusti
    Quello che lello voce afferma circa il testo di bortolotti mi ha spinto di nuovo ad andare a rileggerlo, ma niente, non riesco a percepire quella raffinatezza, quel tentativo di nuove connessioni. Non colgo segnali. e mi dispiace. Allora mi sono schierata di nuovo con l’idea che nacci ha di questi testi. La cosa che non va non è l’adozione di un elenco come modo per esprimersi, che potrebbe essere anche efficace e stimolante, e stimolante per il lettore potrebbe anche essere trovarsi immerso nella provvisorietà di questa formula,quasi come un gioco per bambini in cui si cercano le traccie e le dipendenze tra una parola e un’altra. Il problema qui, come in tanta poesia contemporanea, è il non aver niente da dire e , addirittura adoperare mezzi espressivi e temi che volontariamente cercano una decadenza e che guardano e ricordano solamente quello che ci accontentiamo di essere.

    > Gherardo Bortolotti: Due testi
    2005-11-02 16:35:08|di massimo gezzi
    Io ho ascoltato Bortolotti a RomaPoesia, ed è stato, non conoscendolo, uno di quelli che mi hanno colpito di più, sebbene io sia distante anni-luce dalla sua scrittura. Credo però che in qualche modo il lavoro di Bortolotti perda da uno stralcio così drastico (la serie è molto più fitta di quanto possa sembrare da questa selezione). La sua litania di frammenti, tutti estremamente "veri" e precisi, mi pare un’operazione molto interressante: mi arrischierei persino a definirla mimetica del caos, della frammentazione psichica e sociale e della relatività etica su cui l’occidente si fonda. Un’operazione dunque assai critica, e in un modo che mi pare fecondo e transitivo.

    questo
    2005-11-02 15:41:03|
    uhm, però credo questo valga per tutti, davvero tutti gli strumenti linguistici. anzi, forse è lo specifico dell’oggetto estetico (almeno per quel che ci viene dal Novecento), una qualche ’perentorietà’ associata ad imprescrittibilità. è il suo ’rischio’. da indagare, in effetti, caso per caso

    > Gherardo Bortolotti: Due testi
    2005-11-02 15:29:23|di maria
    Sono d’accordo che si tratti sempre dei rischi del mestiere,ma il "dangerous" cui facevo appello,sta nel fatto che questo tipo di operazione non è contrattaccabile,si situa-per sua natura- fuori dai giochi di specchi delle forme rivendicando un’assolutezza che mi spaventa,tanto più per le mancata prescrizione del del dosaggio...io penso dovremmo andarci cauti se vogliamo evitare un frammentismo sfrenato strumentalizzabilissimo

    beh, in effetti
    2005-11-02 14:46:59|di marco
    beh, in effetti il lavoro per frammenti comporta molti rischi, è in tutto e per tutto una sfida: lo accennavo nel post di ieri. ma penso si tratti in definitiva di rischi impliciti in qualsiasi operazione artistica. ogni strada, in questo senso (diciamo ogni lavoro letterario), chiede una valutazione specifica. ogni caso va considerato nella sua identità

    > Gherardo Bortolotti: Due testi
    2005-11-02 14:38:55|di maria
    appunto,Bortolotti l’ho assolto anch’io,ma mi riferivo alle proposte avanzate sul rilancio di un tal modello sul mercato e all’impatto che verrebbe ad avere sul pubblico,oltre alla contro-indicazione, che reca in sé, di avvalorare un certo dilettantismo- d’autore?-per eventuali epigoni.

    sul rischio
    2005-11-02 14:23:44|di marco
    mi sembra che l’osservazione sul ’rischio oracolare’ sia centrata: ma ...già risolta, in partenza: in questo caso. nel senso che una prassi di scrittura come quella di Bortolotti è un ottimo antidoto a ogni ’ipse dixit’ (lavorando con frasi ’anodine’, lemmi non alti, citabilità bassissima). e mette in campo e invoca precisamente un lavoro del lettore. (o lo ipotizza, lo sollecita: non lo dà per implicito, ovviamente, né lo impone)

    > Gherardo Bortolotti: Due testi
    2005-11-02 09:17:15|di maria
    Se posso provare a dare il mio modestissimo parere,a me questa poetica del frammentario mi sembra un’operazione motlto rischiosa,voglio dire che il rischio maggiore è che si finisca per assecondare, involontariamente, una richiesta del lettore all’inerzia. E’ pur vero che un’opera in frammenti a qualche storia mai scritta pure allude,ma è altrettanto vero che il frammento basta a sè stesso,si riproduce in perfetta autonomia,rivendicando a sè una compiutissima unità che,in assenza di un "lettore archeologo o costruttore di echi",rischia di trasformarsi in sentenziosità oracolare,suscettibile di malinteso.Quanto credete che c’impieghi il gusto comune a trasformarli in pillole di saggezza sotto la terribile etichetta dell’ipse dixit? Il sottrarsi del frammento alla corruttibilità delle forme e quindi alla sua stessa demistificazione,non sfiorerà l’auctoritas? Ritongo che l’unica via d’uscita sia in mano all’autore : o oscurando il più possibile,lasciandosi sfida da raccogliere con implicito senso di sconfitta,e condannarsi all’enigma indecifrabile,oppure fare come nel caso di Bortolotti,rendere oltremodo esplicita l’operazione di decodifica mancata ma invocata "dai monti della memoria",mentre accenna ai"problemi relativi al recupero delle informazioni" e ai "valori medi della propria frustazione", "attraversato-com’è-dalle derive di concetti abbandonati ai flutti" dove "gli oggetti psichici -restano- nominabili solo ad alcuni livelli profondi". Ma io mi chiedo,una tecnica pervasa da una vocazione così auto-distruttiva,in mani meno esperte,non recherebbe più danni che giovamento?

    > Gherardo Bortolotti: Due testi
    2005-11-02 00:32:51|di lorenzo

    Per Lello: scusami tu.

    Lorenzo

    PS. fondata fu Roma per delirio


    una risposta, o più
    2005-11-02 00:25:48|di marco

    a Luigi: posso aver frainteso, nel sentire ’avverse’ - e starei per dire prevenute - le tue critiche a Gherardo, ma in effetti un certo tono e numerosi elementi ("lapidante", "carne...congelata", "frustrazione algida") non erano né sono interpretazioni mie ma parole che trov(av)o scritte. dunque è scattata in me la reazione al non-ascolto, alla semplificazione ’liquidatoria’, alla contrapposizione non dialettica, non dialogica.
    quella del non ascolto è una prassi (non tua, mi dici: e ne sono lieto) che in molti emerge e aggredisce soprattutto (dico storicamente, spesso, quasi ovunque) un certo tipo di scrittura di ricerca, per il semplice fatto che è tale, che è di ricerca.
    posso assicurarti che non faccio del vittimismo. mi interessa solo porre e proporre delle scritture, delle possibilità. proprio perché non ragiono come una vittima lagnosa, quando mi sento toccato sul vivo e penso che intenzionalmente si fraintenda una scrittura seria, reagisco con serietà, o tento di farlo. (e poco freddamente, vedi. da autore, non da critico).
    detto ciò, ed entrando nel merito dei testi, perdonami se insisto ma al di là del doppio binario indicato dai miei accenni e dagli inquadramenti di Lello, non vedo come spiegare meglio il discorso relativo alle frasi di Gherardo.
    comunque dirò: quasi non hanno verbi, registrano solo nomi; ma questi non spiccano per emersione o ’pregio’ lessicale, bensì per allusione a rapporti tra oggetti, tra eventi, tra persone. rapporti impliciti (non esplicitati).
    e ancora: quello di G. riesce ad essere un particolare tipo di scrittura di sintassi e narrazione, che attraverso accumuli di nomi irrelati (accatastamenti di oggetti: come in tanta arte contemporanea) spinge proprio sintassi e narrazione in angoli di crisi: le fa interdette, deviate.
    in questo modo viene adombrato o reso possibile (ma non pre-scritto) un percorso di ricostruzione del significato che non fa leva su alcun possibile innamoramento del lettore per tratti ’lirici’ di testo, o per lemmi ’alti’ o noti; bensì agisce sulle sue capacità di costruzione di relazione (dunque strutturazione di sintassi e di trama).
    almeno, a me sembra che le cose stiano così.

    sul frammento.
    è forse il termine più controverso e difficile da usare. i frammenti con cui 80 anni fa Eliot puntellava le rovine dell’occidente erano precisamente presi da quelloccidente. la situazione in cui per certi aspetti l’arte e la scrittura (non certo solo italiane) si sono trovate già negli anni ’50, e clamorosissimamente negli ’80 e ’90, è giusto una situazione di esplosione (non solo politica: percettiva, più a monte) le cui schegge non rimandavano ad alcuna unità preesistente. per non parlare del tipo di vita (o di morte) che conduciamo ora. (radicalmente irriducibile ad unità circoscrivibili, quali che siano).
    l’uso della parola frammento è dunque più complesso che in passato. meno garantito. dunque configura una sfida che alcune scritture (e insisto nell’indicarne molte francesi e americane) coraggiosamente raccolgono. chiedendo ascolto, anche critico, come è giusto che sia.
    postilla, en passant:
    per certi aspetti mi sembra configurarsi almeno una doppia via al frammento, in molte voci contemporanee: quella della performance/azione (Voce, Ventroni, Lo Russo, Ottonieri, Sparajurij, ...) e quella installativa, ossia quel tipo di scrittura che fa riferimento al concetto di post-produzione, di assenza del soggetto, di cui sono archetipi certi impassibili e memorabili esperimenti (di lettura) di Balestrini. in questa area mi sembra sia inquadrabile - con le dovute differenze e analisi - precisamente il lavoro di Bortolotti, Zaffarano, Broggi.


    ok, passerò per "Ossetia", prima o poi. quando riemergo dal caos che governa integralmente le mie giornate di commesso walseriano


    http://slow-forward.splinder.com

    > Gherardo Bortolotti: Due testi
    2005-11-01 23:37:59|di Luigi Nacci

    Caro Lello,

    ti ringrazio.

    Per quanto riguarda la via mediana: hai ragione, è una delle possibili vie. Non intendo mediana in senso oraziano. Non è un manifesto conservator-qualunquista il mio, non mi piace non prendere posizione. Mi carico, come diceva Sereni, i carichi sulle spalle, e procedo, e non ho paura della responsabilità. La via mediana non è la via del centro (non è d.c.!), né la via dei compromessi di fortuna o degli opportunismi. È davvero nel solco della domanda che ti ho fatto a Monfalcone, Lello: voglio capire se c’è spazio per una via in cui gli eccessi e le mancanze si rimescolano. Questo è per me sperimentare: trovare la mia strada, e qui sì, ti dirò, mi sento molto "triestino", letterariamente parlando: un po’ fuori o in ritardo rispetto alle prove degli altri, fuori-tempo, e quindi più libero, anche se, di conseguenza, molto più solo.

    Un caro saluto,

    L.


    > Gherardo Bortolotti: Due testi
    2005-11-01 22:41:57|di Lello Voce

    Luigi,

    prendo atto. La via mediana è una via tra tante, che rispetto, ma non credo che sia una via più ’equilibrata’, o che so io... C’è anche la via mediana. A volte è utile percorrerla a volte meno. Poi la ’semiosfera’ è uno spazio non neutrale, dove sono in ballo poste se vuoi simboliche, ma che epr altri versi mettono in gioco il ’senso’ e sono dunque immediatamente pratiche e ’politiche’. Ma non pensare che non conosca lo spirito che c’è dietro i tuoi interventi: la voglia di dicutere.

    Per Lorenzo,: scusami ma ho raggiunto un’età nella quale non è più dato perder tempo con i deliri. Meno che mai se sono tronfi ed autoreferenziali come i tuoi. Non condivido la voglia ’didattica’ che ha portato tanti dei frequentatori di questoi blog a tentare un dialogo. Non prendertela, ma per me deliri, e visto che hai certamente raggiunto l’età adulta, sono solo fatti tuoi. Buon endecasillabo naturale...
    Istericamente tuo...


    > Gherardo Bortolotti: Due testi
    2005-11-01 20:40:38|di Luigi Nacci

    lello: io voglio discutere, dibattere! non porre barriere ideologiche che non ho. per conto mio non sto né da una parte né dall’altra (ma sono solo 2 le trincee?). ti ricordi cosa ti chiesi a monfalcone? ti chiesi se poteva esserci una breccia nel muro che divide i fronti. a me interessa la via mediana, quella di uno sperimentalismo continuo che non si fa mai estremo, che cerca sempre la comunicatività e che mette il "senso", come dici tu, davanti. siamo d’accordissimo.

    ho parlato di "nuovo" non come "originale", ma come capacità da parte dell’opera di spiazzarsi, di contraddirsi, di anticiparsi e poi smentirsi, riuscendo però a mantenere uno stile unitario. la frammentarietà è secondo me un rischio in cui facilmente s’incappa (e s’inceppa). e io ripeto, questi due testi (ma vorrei leggere anche altri testi per farmi un’idea più variegata) non mi comunicano un orizzonte di senso unitario, sono per me interessanti spunti, tracce/tratti, chiamiamoli come volete. che poi questi tratti formino una narratività ancora poco esplorata è un discorso che mi affascina ma che qui, in questi due testi, non vedo. e sarà anche un limite mio se non la vedo. per carità. ma il limite del lettore non è anche faccenda(responsabilità) dell’autore?

    (a tal proposito, mi piacerebbe che arrivasse qui anche gherardo!).

    marco: ti assicuro, ti sbagli, non c’è nulla di "svalutativo" in me. nessuna intenzione di questo tipo. solo la volontà di capire e di dialogare (anche aspramente, of course).

    poi tu marco dici, e anche lello: come si fa a definire vecchio il tentativo di una scrittura che, ben che vada, ha vent’anni al massimo, contro al vecchiume trito e ritrito della tradizione, che di anni ne ha almeno 700?. credo ci sia un errore di impostazione. quello di dover per forza trovare il contraltare, l’hostis da avversare a tutti i costi. lello dice: i nuovi mezzi non sostituiscono la carta, si affiancano ad essa. sono d’accordo. e dunque perchè non poter dire che gli ultimi vent’anni si affiancano ai passati 700? in questo blog non penso prevalgano quei 700 anni, per cui... che bisogno c’è di rimarcarlo? quello che ti rimproveravo (se così si può dire...), marco, è che tu ti sia messo sulle difensive e abbia cercato lo scontro con l’altro fronte. io non appartengo a nessun fronte. e credo che sua più interessante rimanere all’opera, e criticarla all’interno del contesto a cui essa appartiene, cioè a questi ultimi 20 anni, e non all’interno dei passati 700. mettere in dialogo l’opera nel quadro che la incornicia, non fuori. capisci quello che voglio dire?

    e ripeto la domanda a cui non hai risposto: come funzionano le elencazioni del testo? cioè: qual è in questo caso il loro intento? e quell’intento è soddisfatto? era una domanda sui meccanismi, non una polemica (che c’azzecca poi naziona indiana con la mia domanda??)

    infine marco: grazie per i link, andrò a vedere (purtroppo ho le casse rotte e non posso ascoltare i file audio).

    e quando hai tempo, passa a lasciare traccia in "ossezia" :-)


    Gioacchino Da Fiore
    2005-11-01 20:27:53|di lorenzo carlucci

    I commenti di Luigi a me parevano del tutto giustificati, senza tirare in ballo il petrarchismo, anzi, molto "dall’opera". Mi pare invece un po’ isterico il trincerarsi, per rispondere, dietro la dialettica vecchio/nuovo, endecasillabo/non endecasillabo. La "novità" (se davvero di "novità" si tratta, almeno in Italia) non è una giustificazione. Pensiamo, per divertirci, in termini evoluzionisti: l’endecasillabo non è una regola caduta dal cielo, è la stratificazione di qualcosa di "naturale". Certo deve essere, può essere, è stato già superato, e già, a me pare, una nuova "specie" vive sulla terra e forma comunità, e passa il proprio seme. Specie giovane, ancora non del tutto definita, ancora non del tutto funzionale. Attorno ad essa miriadi di altre specie/tentativi, non tutte di successo, non tutte abbastanza robuste per la sopravvivenza, molte di esse sterili, destinate ad una silenziosa sparizione (futuro oggetto sì, di archeologia, o meglio di paleontologia). Tra queste, quelle che si difendono soltanto invocando la propria novità mi appaiono particolarmente deboli. Quelle che si difendono (sei aggressivo? eh sì, si dà un agone!) appoggiandosi ad altri "tentativi" simili e già adattati in altre terre o serre, mi paiono anch’esse molto deboli. Deboli e preda più che mai, più certo di coloro che ancora si cancellano davanti all’io-noi endecasillabico, del mito del soggetto: soggetto affatto superato, bensì colpevole a tal punto d’elazione da voler fare specie a sé, o fondarne, d’un tratto, una nuova. Deboli invocanti la teoria delle catastrofi, mentre la specie forte è di coloro che "vivono di perenni cataclismi" e, quando ne hanno voglia, sputano un bell’endecasillabo. Lo ascolteranno, forse, i trentasei giusti che reggono il mondo, senza saperlo.

    Lorenzo


    > Gherardo Bortolotti: Due testi
    2005-11-01 17:10:04|di Lello Voce

    Luigi non cedere a pregiudizi ideologici: porco zio sono sette secoli e mezzo che si endecasillaba e va bene così per tutti, si sperimenta altro da venti e sembra vecchio. Una roba del genere non sta in piedi. Il problema è altro, non è mai la ’originalità’, la ’novità’ (del media della forma, del segno) ma la sua efficacia. Il problema è se la macchina produce senso, come lo produce, quale e quanto ne produce. Il come certo è fondamentale, ma è un dato ’storico’: voglio dire: fosse anche la prima volta che accade , scrivere oggi con forme stilnovistiche non avrebbe comunque lo stesso significato.

    La pappa (la machina) di Bortolotti a mio parere marche tres bien.

    E poi insisto: Bortolotti non sta affato ’incomunicando’, anzi sta provando a ristabilire un contatto. Complesso. E silenzioso. L’archeologia deve farla il lettore, insomma, non è faccenda dell’autore, o meglio di quella parte disastrata di sè che sopravvive e invia segnali


    a Luigi
    2005-11-01 16:43:59|

    non sentirti chiamato in causa direttamente. Non è questo che intendevo. Né che ci sia un non ascolto da parte tua. Semmai un ascolto implicitamente ’svalutativo’, che trovavo non motivato, quasi aggressivo. Sarei lietissimo di sbagliarmi, intendiamoci.
    D’altro canto, l’incipit "lapidario-lapidante" (me lo concedi?) non prometteva niente bene, e - sì - ho avvertito nei confronti di G. un’insofferenza dai contorni non definiti. (Che questo ultimo commento tuo non mi aiuta a precisare).
    Molti rischi corre la scrittura ’calda’ in Italia. (Anche quella del "noi"). L’oratoria innanzitutto. Ma, prima ancora, ciò che sottolineo e risottolineo è che: non è il ’freddo’ di ricerche come quella di G. a costituire un disco già sentito e strasentito nel nostro paese, quanto semmai certo petrarchismo sempre continuamente riaffluente. (Di cui in nessun punto del mio commento ti dichiaro fautore; anche se posso concedere che l’intreccio degli argomenti nel mio intervento possa essere colpevolmente denso, troppo).
    Anyway, il dire che certe operazioni retoriche di tradizione ventennale o trentennale sono "semioticamente [?] fatte e avallate più volte" non mi risolve il problema della scrittura di bassa lega che da settecento (non venti) anni si fa in Italia. Questo è, a mio parere, un punto nodale. Non il solo, certo. (E insisto: non ne parli tu, ne parlo io, qui, cogliendo l’occasione che offri). (Come ne parlavo in LiberInVersi)

    In che senso "come funzionano le frasi uninominali e le elencazioni?"? Cfr. il testo stesso di Bortolotti! Funzionano (anche) così. E aggiungo: su AbsolutePoetry - o su NazioneIndiana - trovano ospitalità. Meno facilmente altrove. Proprio perché sono pochi i luoghi dove ottengono spazio alcune scritture di ricerca (che, insisto, si connettono a tradizioni che in altri paesi sono ben stabili). (Pensiamoci: cosa è stato tradotto, degli autori delle edizioni francesi P.O.L., in Italia??).

    Detto ciò, rinvio ai link raggiungibili da slow-forward: ai siti francesi e statunitensi indicati nella colonna a sinistra. Altro link: a un articolo sull’Ulisse online, in cui di scrittura di ricerca si parla. Senza contare che sempre su slow-forward il primo post propone cinque schede su RomaPoesia, dunque anche su Bortolotti.


    http://slow-forward.splinder.com

    uhm
    2005-11-01 15:37:42|di Marco
    I termini critici posti in campo da Lello sono non casualmente simili - per non dire identici - a quelli di Biagio, come si può leggere dalle annotazioni che B. ha dedicato a Quaderni aperti, di Alessandro Broggi, nel n.2 di "Poesia da fare". Sono gli spunti critici giusti, i più esatti.
    In varie occasioni e articoli (ma incidentalmente e non organicamente) anche a me è capitato di far riferimento a questa scrittura per disseminazione di tracce/tratti, in varie esperienze e autori contemporanei, che - appunto - tratteggiano i bordi e le schegge di una struttura narrativa, senza esporla (perché, in quanto struttura unitaria, non esiste, non è data).
    Questi autori installano / costruiscono oggetti testuali sganciati da decodifica rigida, senza referenti immediati. Senza "dare la pappa" al lettore. (Chiamandolo, in questo modo, a un lavoro di ’ricostruzione di echi’, materiali, trame non predefinite).
    http://slow-forward.splinder.com

    > Gherardo Bortolotti: Due testi
    2005-11-01 15:36:31|di Luigi Nacci

    lello: lungi da me sottovalutare il modello di scrittura proposto. non lo faccio mai. il fatto che lì sotto ci sia, come tu dici, una narrazione, è per me un fattore positivo, il fatto che non si sappia come ricostruirlo (archeologia) invece non è un elemento di positività o negatività: l’operazione è già stata semioticamente fatta e avallata molte volte, allora, nella sua riproposizione, mi chiedo dove voglia dirgersi l’autore e non intravedo strade, cioè non mi sembra che queste strade vengano dis-piegate, nemmeno in controluce. precisazione su "dis-piegate": lello, ri-lungi da me la pappa in bocca bell’e pronta. ma la pappa bisogna prepararla e la pappa è pappa, se è buona sono le bocche che vanno a lei, e per andarci una certa fame/gola quella pappa deve "incutere".

    per marco: ri-ri-ri lungi da me l’effusione petrarchista di bassa leva, l’effuso/efferato io lirico sbrodolato e sbrodolante, il petrarca rimasticato della tradizione secolare, lungi da me il tardo romanticismo, il finto maledettismo di maniera e la deriva postermetica, tre petali dello stesso fiore-io, l’io-fiore che si sbatte a destra e manca auto-compiancendosi. ma marco, non vedo cosa c’entri questo con quanto ho detto. non essere stra-entusiasti dell’operazione di gherardo non significa stare "sull’altra sponda": chi ti fa pensare che io sia dall’altra parte, nella palude petrar/patriachesca? quando parlo di possibilità nuove del soggetto, non parlo di io mellifluo e mieloso, parlo di "noi" che non sia un collage di tasselli, non sia il solito puzzle autoreferenziale, non sia la bruttacopia falsaccademico-pedante dell’accoppiata borges/pound, non sia il peggior zanzotto ipersonettesco-citazionista, ma sia un "noi" che nasce dagli scarti per farsi uniforme, anche "in uniforme", che non ha paura di trascinarsi nel suo peso, nella sua di-visa, che rifiuta ogni finta debole presa di posizione, ogni reazionario ripiegarsi nella debolezza, e per farlo parla un’altra lingua (la lingua della trincea?): il che significa anche dotarsi di una lingua, un pezzo di carne altro in bocca (sapendo che se incapperà in un taglio, allora non sarà possibile proseguire). qui c’è nuova lingua, nel senso di nuovo mezzo? e poi: il linguaggio è nuovo? e poi: lo stile cosa porta di nuovo? precisazione doverosa: non parlo di nuovo in termini avanguardistici, ma in termini di novità all’interno dell’opera stessa, quell’onda di differenza che anticipa l’opera quando essa si presenta e si dà al lettore. la sua forza travolgente di anticiparsi.

    spiegami poi come funzionano le frasi uninominali e le elencazioni, ma dentro l’opera, senza citare il peggior postermetismo (io non ne avevo parlato). marco, perchè hai risposto a me tirando in ballo categorie da me non adoperate? non solo, io non ho tirato le pietre per seppellire, ma, come ho sottolineato, per divaricare la fossa in cui il poeta si è messo, perchè tutti noi ci mettiamo nella fossa quando ci esponiamo al giudizio altrui. ho detto: lo faccio per aprire il dibattito, non con lo spirito vagamente passatista che mi pare tu abbia tentato di accollarmi. ho fatto un commento, e non puoi nemmeno bollarlo come "soggettivo" del tipo "a me non piace" perchè io questo non l’ho detto. il tuo commento è forse "oggettivo"? non mi interessa fare crocianesimi. mi interessano i meccanismi, perlomeno quanto interessano a te. non le difese a spada tratta come quella che, mi pare, hai fatto. e non accetto nemmeno l’esortazione all’ascolto: se non avessi letto i testi che hai proposto, e non ne fossi rimasto in qualche modo colpito, e se non li avessi riletti (anche a voce alta), non avrei fatto alcun commento. ci tenevo a precisare e a risponderti, altrimenti non avrebbe senso continuare il dialogo in serenità.


    > Gherardo Bortolotti: Due testi
    2005-11-01 14:51:48|di Lello Voce

    Ma poiché Luigi chiedeva ( a ragione) una discussione, provo aformulare una sintesi d’ipotesi critica: si assitse al passaggio dell’unità minima poetica dal verso al ’frammento’, si sottolinea cioè l’impossibilità di un’ipotesi del tipo ’parte di un tutto’ che, pur nella sua identità di segmento, rimanda comunque ad un’unità.

    Il frammento rimane isolato, ma non irrelato però, non ricostruisce la ’storia’, ma ad essa, alla sua necessità continuamente allude.

    più o meno così...


    > Gherardo Bortolotti: Due testi
    2005-11-01 14:45:33|di Lello Voce
    Ma tu guarda... Gli anni passano ma i due lupastri (io e Maestro Biasio) frequentano sempre gli stessi pollai...

    > Gherardo Bortolotti: Due testi
    2005-11-01 14:41:24|di Christian
    La sperimentazione di Gherardo, a me piace - poi ho letto Tracce, e dilatando il discorso attraverso quella che può essere una raccolta, la disseminazione che ora Luigi puoi vedere ad un certo punto comunica, spedisce il messaggio (non so quanto indirettamente)... Su lietocolle c’è il discorso di poetica di Gherardo, che mi ha innanzitutto convinto della padronanza di Bortolotti riguardo l’operatività che vuole applicare in poesia. Ecco forse, quello che manca a molti autori, è la capacità di ridefinire le funzionalità che la propria poesia svolge, periodo dopo periodo - in pratica applicandosi allo stesso brodo. Nell’operazione di Gherardo vedo questo rischio, di rimanere simile a se stesso: è un rischio che vedo in molti, l’eterno ritorno della propria noia (in scrittura). Sarò esagerato (o eroico-omerico), ma credo che un poeta spaventato dalla morte, e non meno coraggioso di fronte alla vita, debba anche saper decretare la morte della propria scrittura, di quello che ha fatto fino ad un certo punto. E’ un sentimento che ritrovo in poeti come Lorca, Alberti, Pasolini e Pagliarani, in modo alle volte civile, ma non solo. Essi provocano cambiamenti radicali alla propria scrittura, in pratica padroneggiano la forma dall’informe nulla. Ecco, se devo lanciare un sassolino, lo faccio in questo senso, sperando di trovare Gherardo tra dieci-quindici anni, che ne so, a scrivere canzoni:-)

    biobiblio di GB
    2005-11-01 14:25:55|

    grazie a Lello anche per la richiesta di info su G.: eccole:

    Gherardo Bortolotti è nato nel 1972 a Brescia, dove vive e lavora. Laureato in linguistica generale, si occupa di letteratura e avanguardia, traducendo dal francese e dall’inglese anche in collaborazione con Michele Zaffarano. Ha pubblicato testi in rete (p.es. sul sito di Ulisse, Poesia da fare, e Nazione Indiana, anche in traduzione: recente una pubblicazione di poesie di K. Silem Mohammad) e sulle riviste cartacee "Qui. Appunti dal presente" e "Il segnale". Il suo e-book Canopo è da poco uscito per la collana Poesia Italiana Online, curata da Biagio Cepollaro.

    A breve saranno in libreria i primi quattro chapbook della collana curata da lui e da Michele Zaffarano, per le edizioni Arcipelago: a RomaPoesia, pochi giorni fa, abbiamo potuto vedere le copie-pilota, distribuite in buon numero. Appena saranno in libreria, ne parlerò sicuramente in rete, su Absolute e su altri siti. I quattro autori che danno avvio alla serie sono K.Silem Mohammad, Rodrigo Toscano, Jean-Michel Espitallier, Olivier Cadiot.


    > Gherardo Bortolotti: Due testi
    2005-11-01 14:10:05|di Marco

    Concordo pienamente con Lello, con il suo intervento (che coglie due o tre tratti stilistici assolutamente pertinenti, da rimarcare, nel lavoro di Bortolotti).

    A mio modo di vedere, in Italia è precisamente questo tipo di scrittura a non esser passata, quasi nemmeno di striscio, negli ultimi trenta-quarant’anni. Mentre, da sette secoli più o meno, passa e ripassa (come tir su un gatto morto) tanto materiale endecasillabico petrarchista - o ’patriarchista’, come direbbe Rosaria Lo Russo. Effusione dell’io e ’lirica’ calda, lacrime, presenza del soggetto a ogni svolta di verso, voce impostata, posa oratoria, paesaggismo da fiera (non il paesaggio-liguaggio di Zanzotto) sono la regola, il tormento di ogni scaffale di poesia.

    Chi invece ha ascoltato le letture distaccate e asciutte che Amelia Rosselli faceva delle prose del Diario ottuso sa con quanto coraggio e con quali difficoltà lei si batteva contro un certo tipo di lirismo e di miele italiani. (Senza con ciò voler imporre modelli alternativi: ma almeno, e giustamente, proponendoli).

    Il fatto che alcuni strumenti messi in gioco da Gherardo Bortolotti, come da Michele Zaffarano e Alessandro Broggi, siano ’rodati’ e ’già usati’ è - appunto - un fatto. (Appartengono a una tradizione retorica recente, in Italia, relativamente nuova, rispetto alla depurazione di materiali propria di settecento anni di forme e lessici ipercontrollati). Questo è il lato oggettivo dell’osservazione di Luigi. Poi c’è un lato soggettivo che dice "non mi piace", ed è il giudizio del lettore. Ok.
    Tra i due versanti però, a me sembra, manca sempre un’apertura, un passo ipotizzabile: ossia il passo e l’apertura verso il testo, verso quei meccanismi di disposizione dei materiali sulla pagina che fanno di segmenti verbali come questi un luogo o installazione o elemento letterario (opinabile ma non soltanto opinabile), in grado cioè di produrre, precisamente attraverso sconnessioni, tagli e gelo, un riassestamento delle nostre percezioni su fatti banali/quotidiani, e sulla posizione anche politica (e indifesa) che occupiamo nella porzione di occidente in cui ci tocca vivere.

    Le frasi uninominali e le elencazioni, qui, agiscono in senso diametralmente opposto al sedicente e presunto ’splendore’ dei nomi (carichi di aura) di molta scrittura neolirica, di paesaggio (erede del peggior ermetismo). E’ sì stupefacente che le posizioni eccentriche/eretiche rispetto alla tradizione letteraria italiana debbano ancora giocarsi entro simili categorie, noto; ma questo accade precisamente perché altre categorie in Italia non passano e non riescono a passare.

    Da oltre 20 anni negli USA si parla di ’language poetry’, senza considerare il lavoro condotto da un’infinità di autori in Francia: un gigante come Christophe Tarkos non ha un solo libro tradotto in italiano. (Nel prossimo numero di "Nuovi Argomenti" uscirà una scelta di otto poeti francesi, tra cui Tarkos e Suchère, curata da A.Raos e A.Inglese). Ci sono migliaia di lettori e centinaia di autori che da più decenni dialogano già su questi piani, con questi codici. Normalmente. (Come è normale attraversare certe architetture cittadine, certe strutture di plastica e vetro e metallo ormai familiari ai nostri occhi). Non si tratta solo di tarare l’attenzione italica su qualcosa di relativamente nuovo: anzi: proprio perché sono scritture niente affatto nuove (nel mondo) sarebbe il caso di buttarci un occhio!

    Come dice Lello, se la poesia può (e molti segnali lo dimostrano) continuare ad avere anche una direzione come parola solo scritta, pagine come questa di Bortolotti sono un’ipotesi di stile. Da seguire, da ascoltare. Prenderle a sassate ogni volta che emergono non è granché interessante come prassi: ci pensa già, continuamente, il gusto medio della scrittura media, a decapitare quel che non si allinea. Vale sempre l’esortazione all’ascolto, e al viaggio parallelo e intrecciato delle voci, delle scritture. Tutte, superato un grado di complessità e rigore, hanno diritto a porre la propria poetica a fianco delle (non in competizione con le) altre, io credo. Questa è stata ed è, lo annoto, anche la linea perseguita da àkusma (="ciò che si ode"), la rete di scrittori voluta e pensata da Giuliano Mesa, con un atteggiamento che è il contrario ma proprio il negativo fotografico del voler essere "lapidari-lapidanti".


    http://slow-forward.splinder.com

    > Gherardo Bortolotti: Due testi
    2005-11-01 13:13:05|di Lello Voce

    Aggiungo:

    è ben oltre il verso, è la metrica catastrofica ( piscio fuori dal vaso sae tiro fuori la teoria delle catastrofi?) che sussite un attimo prima che la pronuncia dia fluidità a quella serie di frammenti monchi che chiamiamo versi.

    E’ la denuncia della loro ’mitologica’ ed inutile aleatorietà.

    Marco chi è Mister Bortolotti?


    > Gherardo Bortolotti: Due testi
    2005-11-01 13:10:14|di Lello Voce

    Ciao a tutti:

    di corsa (come al solito) Sono rimasto molto colpito da questi testi, meglio da queste scritture. Luigi, perdonami, ma a me non pare un’operazione di comunicazione interrotta, sembrano piuttosto tentativi di nuove connessioni. Mi fa un effetto come da radiotelescopio, che coglie segnali incongrui, magnetici, e li trascrive, Né è enumeration caotica, la serie è ordinatissima. Segnali di eventi, minimi e incongrui, ma sotto c’è un racconto. Insomma _ lo sai - vogliamo comunicare di nuovo e ricostruire, ma mica è detto che a questo lettore dobbiamo darli la pappa pronta. Insomma (e due!) se la poesia può continuare ad essere solo scritta, allora sospetto che questo di Bortoilotti, così ’frattale’ sia un modello mica da sotovalutare. Davvero, i testi mi hanno impressionato. Non lasciano scampo nella loro aleatoria ma ordinatissima frammentarietà: sai che lì sotto c’è qualcosa (una narrazione?) ma non sai come ricostruirla.
    Archeologia...


    > Gherardo Bortolotti: Due testi
    2005-11-01 10:20:14|di Luigi Nacci

    Se potessi essere lapidario-lapidante, senza essere frainteso, direi: la carne c’è, ma è congelata in celle frigorifere non comunicanti.

    Le elencazioni, quante già ce ne sono state. Questa, ad esempio, cosa porta in più, cosa porta al lettore già sazio di elencazioni? Riesce a comunicare qualcosa, al di là della frustrazione algida che pervade i testi?

    Sebbene al centro sembrano esservi i passaggi (mancati) di informazioni, al lettore non arrivano informazioni, casomai "failed informations", messaggi troncati, segnali interrotti (come le mail che tornano al mittente monche di una parte). Quanti di questi segnali sono già arrivati a noi, negli anni ’60, ’70, almeno?

    Io il punto di svolta l’avrei colocato al punto 2067: al raggiungimento della coda ferma nella notte. In quella contestualizzazione, non astratta, avrei proseguito. Avrei cercato di uscire dal campo semantico, peratro poco sviluppato, della rete, della prigione, dell’ostacolo che interrompe il flusso. I muri, prima di attraversarli, oppure prima di non attraversarli, li avrei moltiplicati, eretti oltre il cielo, su/giù, oltre i livelli profondi della mia persona, per poi dialogare/silenziare con quelli, e, eventualmente, decretare la mia sconfitta (chi l’ha detto che dobbiamo sempre perdere?).

    Ma poi: perchè sempre il tema dell’incomunicabilità? Perchè non sfidare e abbozzare un discorso nuovo? Perchè non prendere un soggetto, omogeneo, compatto (non è sinonimo di "forte", e anche se lo fosse... che male ci sarebbe?) per una volta, anche un "noi", che non per forza deve essere lirico e cosmogonico (come dice Saba) e provarci?

    e poi: per far arrivare l’algidità geometrica, penso che bisogna anche dare la calda umanità del tocco, i semantemi del calore, del rosso/fuoco, procedere dialetticamente, far percepire la freddezza, non solo affermarla, farla sentire attraverso i contrasti e gli scontri.

    Detto ciò, Gherardo, non pensare che la mia sia un’efferata critica ai tuoi testi. Sono scritti bene. Ma credo anche che presentino dei nodi-semi da cui poter far germogliare delle sane discussioni...


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